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Venerdi, 5 aprile 2019
Azione di simulazione tra eredi
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Azione di simulazione tra eredi, atto transattivo tra coeredi e sua invalidità, scioglimento comunione ereditaria. L’interpretazione di un atto tra coeredi quale mera regolamentazione dei reciproci rapporti di credito – debito scaturiti dalla successione oppure quale transazione divisoria (di carattere novativo), ai fini dell’idoneità, o meno, dell’atto a superare la carenza di effetti del contratto simulato preesistente.

 

Sintesi in fatto e dei giudizi

 

In data gg/mm/aaaa, decedeva il sig. XXX YYY, senza lasciare testamento.

Eredi legittimi del sig. XXX YYY erano la moglie, sig.ra AAA BBB ed i loro figli legittimi sig.ri FILIUS1 e FILIUS2 per una quota di 1/3 ciascuno ex art. 581 c.c.

Tra i beni relitti dal sig. XXX YYY si trovava un appartamento, con mobilio e accessori.

Con un primo atto FILIUS1 e la sig.ra AAA BBB cedevano ciascuno per i propri diritti di 1/3 e complessivamente  la quota indivisa di 2/3, al sig. FILIUS2 YYY, già titolare della quota indivisa di 1/3, dell’immobile suddetto. In tale atto, il prezzo dell’immobile era indicato nella (sottostimata) somma di ca. Lit. 100.000.000

In pari data FILIUS1 e FILIUS2. sottoscrivevano una ulteriore dichiarazione, pienamente concordata, a tenore della quale l’atto notarile suindicato si era reso necessario al solo fine di evitare che la quota ereditaria di spettanza di FILIUS1 dell’immobile (simulatamente) venduto ed oggetto del rogito stesso fosse sottoposta alle azioni giudiziarie da parte di terzi.

Successivamente, a distanza di tempo, veniva convenuta tra FILIUS1 e FILIUS2. e la loro madre, AAA BBB, una terza dichiarazione nella quale, dato atto che il prezzo da imputare all’immobile era meglio è più precisamente indicato in Lit. 500.000.000, venivano menzionati e regolati i rapporti di credito e debito all’epoca esistenti tra i condividenti.

Con l’azione esperita dinanzi al Tribunale di X, FILIUS1 aveva interesse ad ottenere la restituzione della proprietà del terzo dell’immobile suddetto, simulatamente alienato da FILIUS1 a FILIUS2; con  contestuale richiesta, tra l’altro, di reimmissione nel possesso del detto appartamento e degli arredi in esso contenuti ed ordine al competente Conservatore di effettuare le annotazioni e trascrizioni di rito.

Con sentenza conclusiva del procedimento, il Tribunale di X dichiarava il carattere simulatorio dell’atto di cessione immobiliare e per l’effetto accertava che la quota di 1/3 dell’immobile restava nel patrimonio di FILIUS1.

 

La sentenza di primo grado è stata impugnata da FILIUS2 e la Corte d’Appello ha accolto l’appello, ribaltando completamente l’interpretazione della vicenda e degli atti intercorsi e sottoscritti tra le parti.

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In particolare, il giudice d’appello accoglieva l’impugnazione:

- individuando nel terzo atto di quelli suindicati una fattispecie di transazione divisoria;

- rilevando la regolare confezione in forma scritta del suddetto atto di transazione divisoria;

- evidenziando che detto atto superava ogni regolamentazione precedente tra FILIUS1 e FILIUS2 (id est, l’atto simulato), escludendo ipotesi di conferma/convalida/ratifica o simili del precedente atto nullo;

- sottolineando che la natura transattiva del terzo atto era confermata dagli atti esecutivi successivi.

 

 

Considerazioni su alcuni degli istituti in rilievo

A. La simulazione del contratto[1]

  1. Nozione, causa ed elementi essenziali del contratto simulato

La simulazione è una particolare espressione dell’autonomia contrattuale ed è regolata dagli artt. 1414 e ss. Si tratta di una particolare “operazione” in cui le parti si accordano per creare una situazione di apparenza fittizia, stipulando un contratto, destinato a non produrre effetto tra loro. Infatti, secondo il primo comma dell’art. 1414 c.c. “il contratto simulato non produce effetto tra le parti”.

La simulazione si compone di due negozi giuridici indipendenti (Entrambi i negozi sono effettivamente voluti dalle parti, e questo elemento costituisce la radicale differenza fra l’istituto qui in esame e l’errore-vizio di cui all’art. 1429 c.c. dal quale può derivare una pronuncia di annullamento: nella simulazione, infatti, la “conseguenza” – ossia la mancata produzione di effetti ovvero la produzione di un effetto diverso rispetto a quello proprio del contratto simulato (e reso pubblico) – è espressamente voluta dalle parti ed è uno dei motivi principali che le ha spinte ad agire): il primo (contratto simulato) è destinato ad ingenerare l’apparenza nei confronti dei terzi e, dunque, ad essere reso pubblico; mentre il secondo (accordo simulatorio) è diretto a privare il primo dei suoi effetti. In questo caso, si parla di simulazione assoluta, perché l’accordo concluso dalle parti è diretto a privare in toto di effetto il negozio simulato, con la conseguenza di non determinare la nascita di alcun rapporto giuridico fra di loro né, tantomeno, di modificare le loro rispettive posizioni giuridiche.

In questo caso la discrasia fra la situazione apparente e quella reale è totale: da un lato, infatti, il contratto simulato crea una determinata posizione giuridica “immaginaria” che, in realtà, a causa dell’accordo simulatorio, si rivela inesistente.

Nell’ipotesi invece in cui mancasse l’accordo simulatorio, resterebbe a regolare i rapporti delle parti l’unica volontà dichiarata (contratto simulato) e a niente vale che l’una o l’altra parte non intendesse in realtà vincolarsi (cd. riserva mentale).

Le parti possono formalizzare per iscritto l’accordo simulatorio: in questo caso si parla di controdichiarazione. Quest’ultima non è un atto negoziale, ma una dichiarazione di scienza ed è, normalmente, atto comune delle parti. Talvolta, invece, proviene solo da una parte, ma anche in questo caso si tratta di una dichiarazione di scienza e, qualora provenga dalla parte contro il cui interesse è redatta, assume valore di confessione stragiudiziale. Proprio per tale funzione “documentale”, la controdichiarazione può anche essere successiva alla conclusione dell’accordo simulatorio.

La causa della simulazione è, quindi, rappresentato dalla conclusione di un contratto apparente e di uno reale sottostante: le ragioni che spingono le parti potrebbero essere lecite o meno, in effetti può sembrare strano che il legislatore abbia codificato tale figura, dato che spesso la simulazione risulta inquinata da uno scopo illecito o di frode alla legge.

L’eventuale intento fraudolento perseguito dalle parti non assume rilevanza, trattandosi non della causa del contratto quanto piuttosto dei motivi (soggettivi) che hanno spinto alla conclusione del contratto simulato, con l’unica eccezione costituita dal comune intento illecito e, pertanto, costituisca una ipotesi di frau legis ex art. 1344 c.c. in quanto diretto ad “eludere l’applicazione di una norma imperativa”: in questo caso, infatti, il contratto simulato come sempre non ha effetto fra le parti ed il contratto dissimulato è colpito da nullità ex artt. 1418 c. 2 e 1345 c.c.Articoli Da A Regalo E Prodotti RegaloOfferta Treviso kuPTOXiZ

La simulazione può comprendere anche un ulteriore accordo, cioè quello diretto a concludere un contratto vero e proprio che le parti vogliono mantenere nascosto (accordo dissimulato) dietro lo schermo di quello apparente: in questo caso si parla di simulazione relativa.

Come per la simulazione assoluta, anche per quella relativa, ha efficacia fra le parti la situazione realmente voluta, ossia il contratto dissimulato: disciplina tale ipotesi il secondo comma dell’art. 1414 c.c., che infatti prevede che “se le parti hanno voluto concludere un contratto diverso da quello apparente, ha effetto tra esse il contratto dissimulato, purchè ne sussistano i requisiti di sostanza e di forma”. In questo senso, ad esempio, se le parti hanno stipulato come contratto simulato una compravendita e come contratto dissimulato una donazione, la simulazione relativa avrà efficacia tra le parti solo se la compravendita rivestirà la forma dell’atto pubblico e sarà stato stipulato alla presenza di due testimoni (come richiesto per la donazione),

Orbene, la simulazione relativa può colpire: la natura del contratto o dell’atto; il suo oggetto o le parti.  

Una particolare ipotesi di simulazione relativa è poi la cd. interposizione fittizia di persona, in cui le parti contrattuali stipulano, oltre al contratto simulato, un accordo simulatorio con il quale si mettono d’accordo affinché il contratto produca effetti nei confronti di un terzo (il reale contraente). Il terzo contraente deve chiaramente prestare il proprio consenso (Cass. civ., 29  maggio, 1972, n. 1682).  L’interposizione fittizia di persone si distingue rispetto all’interposizione reale (il cui esempio classico è la figura del mandato senza rappresentanza) in quanto, in quest’ultimo caso, gli effetti si producono nei confronti della parte che conclude il contratto, fermo restando che quest’ultima in virtù del rapporto gestorio avrà l’obbligo di trasferire i diritti acquistati alla parte interessata. Si deve inoltre ricordare che la consapevole partecipazione del terzo all’intesa simulatoria è presupposto indispensabile per distinguere l’interposizione fittizia di persona dall’interposizione reale (Cass. civ., 1 luglio 1076, n. 2485; Cass. civ., 1 luglio 1966 n. 1967). Nell’interposizione reale, l’interposto è effettivo contraente  e dichiara una volontà propria, anche se persegue gli interessi di un altro soggetto e gli effetti del contratto ricadono sulla stessa persona interposta. Nell’interposizione fittizia, al contrario, il contraente (interposto) è tale solo apparentemente ed il contratto produce ogni effetto direttamente in capo all’intermediario e al terzo contraente (Cass. civ., 22 giugno 1974, n. 1891).

In base poi al terzo comma dell’art. 1414 c.c., si prevede la possibilità di estendere la disciplina della simulazione anche agli atti unilaterali destinati a una persona determinata, che siano simulati per accordo tra il dichiarante e il destinatario (si pensi, ad esempio, al caso di un soggetto che per accontentare i genitori, rinunci fittiziamente ad un diritto di ipoteca alla casa di abitazione del fratello).  

  1. Gli effetti della simulazione nei rapporti tra le parti e nei confronti dei terzi

 Quanto agli effetti prodotti dal contratto simulato, occorre distinguere gli effetti che si producono tra le parti e quelli nei confronti degli eventuali terzi.

Gli effetti della simulazione, nei rapporti tra le parti, indicati dall’art. 1414 c.c. non sono altro che l’attuazione di ciò che le parti hanno concordato, e cioè che il contratto simulato non abbia effetti nei loro rapporti e che quando esiste un contratto diverso da quello apparente, si producano tra le parti gli effetti del contratto dissimulato.

Rispetto ai terzi il codice opera una distinzione (art. 1415 c.c.).

  • Da un lato, si pongono i terzi pregiudicati dalla simulazione quali possono essere, ad esempio, gli aventi causa del simulato alienante, che vedono un loro diritto escluso o ridotto dal contratto simulato. Rispetto ad essi l’art. 1415, secondo comma, c.c. prevede che i terzi possano fare valere la simulazione – e quindi pretendere gli effetti derivanti dal contratto dissimulato -  allorché questa rechi pregiudizio ai loro diritti. In questo caso, quindi, i terzi possono far prevalere la realtà sull’apparenza; è comunque importante notare come il diritto di fare valere la simulazione non comporti automaticamente il diritto dei terzi ad ottenere il risarcimento del danno, occorrendo piuttosto la presenza di una specifica volontà delle parti di recare nocumento ovvero una leggerezza colposa del loro operare.

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  • Dall’altro lato, vi sono i terzi in buona fede che acquistano diritti da colui che, in realtà, è solo il titolare apparente degli stessi. Nel rispetto del principio della certezza della circolazione dei beni ad essi è inopponibile la simulazione (art. 1415, primo comma, c.c.). Questa inopponibilità, peraltro, non è assoluta, in quanto è condizionata alla già intervenuta realizzazione di un effetto giuridico, a favore del terzo, derivante dal contratto simulato. Pertanto, mentre rispetto alle parti negoziali il contratto simulato continuerà a non avere effetto, applicandosi invece le disposizioni di quello dissimulato, quest’ultimo non potrà essere opposto ai terzi che in buona fede (soggettiva) abbiano acquistato diritti da colui il quale ne appariva titolare. Tradizionalmente, in giurisprudenza, si esclude la buona fede allorquando il terzo, nel registrare il proprio acquisto, riscontri nel registro immobiliare l’esistenza di una precedente trascrizione di domanda giudiziale di simulazione.

Anche rispetto ai creditori, il legislatore opera una distinzione (art. 1416 c.c.).

  • I creditori del titolare apparente che in buona fede abbiano compiuto atti di esecuzione sui beni che furono oggetto del contratto simulato possono far valere l’apparenza sulla realtà e quindi le parti contraenti non posso opporre nei loro confronti la simulazione (primo comma).
  • I creditori del simulato alienante possono far valere la simulazione che pregiudica i loro diritti, e, nel conflitto con i creditori chirografari del simulato acquirente, sono preferiti a questi, se il loro credito è anteriore all'atto simulato (secondo comma).
  • L’azione di simulazione: aspetti processuali

L’unica condizione per esercitare l’azione di simulazione è quella di avere l’interesse ad agire: saranno quindi legittimati attivi le parti negoziali, i loro aventi causa e i loro creditori.

Nel silenzio del legislatore, l’azione dovrebbe poter essere esperita, sia in via principale sia in via di eccezione. In realtà, però, la giurisprudenza, facendo perno sulla non riproposizione  nella disciplina della simulazione della specifica previsione di cui all’art. 1442 quarto comma c.c., è giunta a concludere per l’inaccoglibilità di un’eccezione di simulazione opposta avverso la domanda di esecuzione negoziale.

Ciò, peraltro, non significa che il convenuto, che voglia far valere la simulazione, sia assolutamente impossibilitato a farlo. Dovrà, piuttosto, in sede di comparsa di costituzione e risposta, non limitarsi ad eccepire la relativa questione ma, piuttosto, proporre una specifica domanda riconvenzionale ex art. 167, secondo comma, c.p.c.

L’azione è volta ad ottenere l’emanazione di una sentenza di accertamento e – come del resto quella diretta ad accertare la nullità – dovrebbe di conseguenza essere sia imprescrittibile sia rilevabile ex officio.

In realtà, dottrina e giurisprudenza sono giunte a conclusioni parzialmente diverse: infatti, ferma restando la rilevabilità d’ufficio della relativa questione – per lo meno allorché si tratti di simulazione assoluta - l’imprescrittibilità viene riconosciuta solo per la domanda diretta a far valere la simulazione assoluta.

Particolare è il caso dell’azione diretta ad accertare l’interposizione fittizia di persona, che – come già detto – costituisce un particolare caso di simulazione relativa. In tale ipotesi, la dottrina ritiene che, non essendo l’azione diretta a far riconoscere l’esistenza e l’applicabilità di un negozio diverso rispetto a quello simulato, ma solo ad ottenere una diversa imputazione dei suoi effetti giuridici, questa sia imprescrittibile.

  1. La prova della simulazione

 Il legislatore disciplina la prova della simulazione all’art. 1417 c.c., che introduce un regime probatorio in deroga alla regole generali di cui all’art. 2722 c.c., in base al quale “la prova per testimoni non è ammessa se ha per oggetto patti aggiunti o contrari al contenuto di un documento, per i quali si alleghi che la stipulazione è stata anteriore o contemporanea” (quale per l’appunto è l’accordo simulatorio). La ratio della norma consiste nell’esigenza di evitare che i rapporti giuridici provati per iscritto possano essere alterati da una prova che presenta un grado di attendibilità sicuramente inferiore a quella documentale.

Orbene, in deroga ai limiti di cui all’art. 2722 c.c., l’art. 1417 c.c. prevede che l’accordo simulatorio possa sempre essere provato senza limiti per i terzi e per i creditori. Per le parti, invece, la prova testimoniale è ammessa solo se volta a far valere l’illiceità del contratto.

La prova della simulazione si atteggia, quindi, in modo diverso a seconda che si tratti di rapporti verso terzi o dei rapporti interni tra le parti; invero se la domanda di simulazione è proposta da creditori o da terzi che, estranei al contratto, non sono in grado di procurarsi la prova scritta, la prova per testimoni e per presunzioni della simulazione non subisce alcun limite; per contro, se la domanda è proposta da una delle parti o dagli eredi, la dimostrazione della simulazione incontra gli stessi limiti previsti per la prova testimoniale, per cui se il contratto simulato è stato redatto per iscritto, la prova per testimoni o per presunzioni non può essere ammessa contro il contenuto del documento, perché le parti hanno la possibilità e l'onere  di munirsi delle controdichiarazioni, salve le eccezioni a tale regola espressamente previste dalla legge, e salvo che la prova sia diretta a far valere l'illiceità del contratto dissimulato (Cass., 23 gennaio 1997, n.697, Cass., 12 febbraio 1986, n. 850). Tale distinzione risulta confermata anche da una pronuncia della Cassazione (Cass., 6 settembre 2006, n. 19146). 

  1. La simulazione di una singola clausola contrattuale: il prezzo di vendita

 Dopo aver quindi esaminato i limiti della prova testimoniale per la simulazione e la relativa azione sotto il profilo processuale, resta da affrontare il medesimo problema nel caso in cui la simulazione riguardi esclusivamente una singola clausola contrattale, ossia il prezzo di vendita (cd. simulazione relativa parziale).

Invero in giurisprudenza si è riscontrato un atteggiamento oscillante.In Vendita 50 54 Profumi DonnaEbay pSzGMqVU

Secondo un primo orientamento, maggiormente risalente, la prova della simulazione relativa parziale riguardante una singola clausola contrattuale non incontrerebbe i limiti derivanti dalla disciplina della simulazione di cui agli artt. 1414 comma 2 e 1417 c.c. In particolare, non sarebbe necessario che il patto di determinazione del prezzo dissimulato debba avere la stessa forma richiesta per il contratto cui afferisce, fermi restando i limiti dell'ammissibilità della prova testimoniale posti dalla disciplina probatoria dei patti aggiunti (Cass. 24 aprile 1996 n.3857, Cass. 23 gennaio 1988 n. 526, Cass. 9 luglio 1987 n. 5975). Nella ipotesi di simulazione relativa parziale, relativamente al prezzo gli elementi negoziali interessati dalla simulazione, essi vengono ad essere sostituiti da quelli effettivamente voluti dalle parti (Cass. 24 luglio 1997 n. 6933) e possono essere provati anche a mezzo di testimoni (Cass. 30 luglio 1998 n. 7500, Cass. 24 aprile 1996 n. 3857, Cass. 9 luglio 1987 n. 5975; Cass. 6 settembre 2006, n.19146).

In realtà, si tratta di pronunce destinate a porsi in contrasto non solo con il dettato codicistico, ma anche con pronunce di tenore diametralmente opposto (Cass., sez. I, 19 marzo 2004, n. 5539). La dottrina e altra giurisprudenza sottolineano come la soluzione del quesito imponga di prendere le mosse dal contenuto dell’art. 2722 c.c., che prescrive l’inammissibilità della prova per testimoni volta a dimostrare l’esistenza di patti contrari o aggiunti al contenuto di un documento e che si assumano adottati in epoca anteriore o contemporanea alla redazione del documento stesso.

La pattuizione di un prezzo di vendita diverso da quello apparente indicato nel documento contrattuale non può, nei rapporti tra le parti, essere oggetto di prova per testimoni, giacché i limiti alla prova testimoniale di cui all’art. 2722 c.c. operano anche in presenza di una simulazione soltanto parziale, ogni qual volta questa si traduca nell’allegazione di un accordo ulteriore e diverso da quello risultante dal contratto, comunque destinato a modificare l’assetto degli interessi negoziali riportato nel documento sottoscritto dalle parti.

A dirimere il contrasto insorto è intervenuta la Cassazione a Sezioni Unite (Cass. civ., Sez. Un., n. 7246/07).

Componendo il contrasto insorto, le Sezioni Unite hanno optato per l'orientamento più recente che aveva escluso la possibilità di provare per testimoni la simulazione del prezzo di vendita, ciò in quanto la prova sul prezzo riguarda un elemento essenziale e non accessorio del contratto.

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Si è, in proposito, affermato che, allorquando l’accordo simulatorio investe solo uno degli elementi del contratto (quale è il prezzo di una vendita immobiliare), per il quale è richiesta la forma scritta ad substantiam, il contratto simulato non perde la sua connotazione peculiare, ma conserva inalterati gli altri suoi elementi ad eccezione di quello interessato dalla simulazione con la conseguenza che, non essendo il contratto simulato né nullo né annullabile, ma soltanto inefficace tra le parti, gli elementi negoziali interessati dalla simulazione possono essere sostituiti o integrati con quelli effettivamente voluti dai contraenti.

Pertanto, la prova per testimoni del prezzo effettivo della vendita, versato o ancora da corrispondere, non incontra, tra alienante e acquirente, i limiti dettati dall’articolo 1417 c.c. in tema di simulazione, in contrasto con il divieto posto dall’articolo 2722 c.c., in quanto la pattuizione di celare una parte del prezzo non può essere equiparata, per mancanza di una propria autonomia strutturale, all’ipotesi di dissimulazione del contratto, così che la prova relativa ha scopo e materia semplicemente integrativa e può pertanto risultare anche da deposizioni testimoniali (Cass. 3857/96; Cass. 526/88).

D’altronde, anche qualora si volesse affermare che la pattuizione con cui le parti convengano un prezzo diverso da quello indicato nel documento contrattuale non integri gli estremi di una vera e propria simulazione, questo non risolverebbe in alcun modo il problema. Se anche cosi fosse, infatti, resterebbe comunque difficilmente eludibile il rilievo per cui una tale pattuizione si pone in contrasto con il contenuto di un documento contrattuale contestualmente stipulato e, come tale, ricadrebbe nella previsione dell’articolo 2722 c.c. E’ facile osservare che il prezzo è un elemento essenziale della vendita, per cui anch’esso deve risultare per iscritto e per intero quando per tale contratto è prevista la forma scritta ad substantiam, non essendo sufficiente che quest’ultima sussista in relazione alla manifestazione di volontà di vendere e di acquistare.

In altri termini, la prova per testimoni del prezzo dissimulato di una vendita immobiliare non riguarda un elemento accessorio del contratto, in relazione al quale non opera il divieto di cui all’art. 2722 c.c., ma un elemento essenziale, con conseguente applicabilità delle limitazioni in tema di prova previste da tale disposizione.

B. L’insanabilità del contratto nullo

 

Alla nullità del contratto simulato o, comunque e a prescindere dalle diverse interpretazioni sul vizio che affligge il contratto simulato (nullità o inefficacia), in ogni caso di contratto nullo si relaziona il principio generale dell’inammissibilità della convalida e/o conferma e/o ratifica dello stesso.

L’art. 1423 c.c. dispone che “Il contratto nullo non può essere convalidato, se la legge non dispone diversamente”. L’art. 1424 c.c. consente unicamente che “Il contratto nullo può produrre gli effetti di un contratto diverso, del quale contenga i requisiti di sostanza e di forma, qualora, avuto riguardo allo scopo perseguito dalle parti, debba ritenersi che esse lo avrebbero voluto se avessero conosciuto la nullità”.

Prescindendo dalla rinnovazione del negozio, rinnovazione che può assumere anche la forma di un atto in parte ricognitivo della causa di nullità senza per questo assumere la natura di atto di convalida, esistono comunque ipotesi di sanatoria o, comunque, di recupero dell'atto nullo, eccezionalmente previste dalla legge ed ulteriori rispetto alla conversione del negozio nullo di cui all'art. 1424 c.c., tra cui possono ricordarsi: a. la conferma del testamento o della donazione nulle di cui agli artt. 599 e 790 c.c.; b. la conferma dell'atto di vendita immobiliare relativo al quale non siano state effettuate nell'atto le menzioni urbanistiche previste dalla legge 47/1985 e successive modificazioni (cfr.art.46 T.U.380/01) a pena di nullità; c. la sanatoria automatica e retroattiva di cui all'art.23 della legge 229/2003 della nullità dipendente dal difetto, nell'atto di trasferimento immobiliare, della menzione relativa alla dichiarazione della rendita dei fabbricati; d. l'eccezionale sanatoria avente ad oggetto atto traslativo nullo dichiarato tale con sentenza passata in giudicato di cui all'art. 2 comma 57 legge 662/96; e. l'eliminazione della causa di nullità dell'atto costitutivo della società per azioni operata ai sensi del V comma dell'art. 2332 c.c. per effetto dell'eliminazione della stessa pubblicata con iscrizione nel registro delle imprese; f. la conferma o integrazione prevista dal comma IV bis dell'art.30 del T.U. 380/01 (introdotto dall'art. 12 della Legge 28 novembre 2005, n. 246) degli atti di trasferimento di terreni ai quali non sia stato allegato il certificato di destinazione urbanistica o che non contengano le menzioni di legge. Non si può parlare di sanatoria in senso proprio, bensì di un fenomeno peculiare connesso alla produzione di effetti indiretti dell'atto nullo a proposito dell'art. 6 cod. civ. , norma che prevede la c.d. pubblicità sanante[2].

A tacere, ad oggi, del più ampio tema dell’ingresso nel nostro ordinamento, alla luce dei principi o della normazione comunitaria, delle nullità di protezione e del meccanismo che nega (anche se non sempre espressamente) l’applicazione alle nullità di protezione della regola dettata dall’art. 1419, comma 1, c.c., di modo che la azione civilistica non impedisca la conservazione del valore impegnativo dell’atto a prescindere dallo stralcio che debba farsi di una parte del suo contenuto. In altre parole, a tacere delle ipotesi di mantenimento e/o recupero del contratto (parzialmente o meno) nullo a seguito delle conseguenze dell’attuazione delle norme di origine comunitaria da parte del legislatore italiano.E Trama PauraCast Profumo Della Super Film Guida Tv Il wlOZkXuPiT

Al tempo stesso, non è possibile oggi approfondire tutti quelle ipotesi di recupero per le vie giudiziali di un contratto nullo, che meriterebbero analisi a parte e di cui si ricorda unicamente quella supportata da vasta casistica in tema di formazione giudiziale del documento relativo ad un contratto per il quale il legislatore prescriva la forma scritta ad substantiam. Secondo un diffuso, e pressocché consolidato, orientamento giurisprudenziale con riferimento ai contratti per i quali è prevista la forma scritta ad substantiam, il contraente che non abbia sottoscritto l’atto può perfezionare il negozio con la produzione in giudizio del documento al fine di farne valere gli effetti contro l’altro contraente sottoscrittore, o manifestando a questi con un proprio atto scritto la volontà di avvalersi del contratto. In tal caso, la domanda giudiziale o il successivo scritto assumono valore equipollente della firma mancante, sempreché, medio tempore, l’altra parte non abbia revocato il proprio assenso o non sia decaduta, con la conseguente impossibilità della formazione del consenso nella forma richiesta dalla legge.

Il principio, in realtà, induce subito il rilievo che in realtà, nell’ipotesi de qua, non vi è alcun recupero del contratto nullo né, tantomeno, una sanatoria di esso in quanto la formazione del contratto si realizzerebbe nel giudizio, sede in cui si incontrano i consensi delle parti, sempre che la conferma del contraente non sottoscrittore non sopraggiunga successivamente alla revoca del consenso dell’altra parte.

Il principio generale, comunque, trova fondamento, nonostante la citata apertura normativa contenuta nella riserva “se la legge non dispone diversamente” di cui all’art. 1423 c.c., nella circostanza che le nullità assolute costituiscono rimedi posti a presidio di interessi generali, meglio direi pubblici e, dunque, sottratti alla disponibilità delle parti.

Indisponibilità che trova riscontro nel legame forte tra la regola generale dell’inconvalidabilità del contratto nullo, della legittimazione diffusa a fare valere il rimedio e quella della rilevabilità di ufficio della nullità. In questa prospettiva, riferibile a tutte le ipotesi di nullità assoluta, indipendentemente se codicistiche o contenute nelle leggi speciali anche se di protezione, si spiega come neppure l’esecuzione spontanea del contratto nullo importi convalida e parimenti sia esclusa l’ammissibilità di una rinuncia all’azione di nullità, altrimenti elusiva del divieto di convalida previsto nella prima parte dell’art. 1423 c.c.

La stessa previsione della transigibilità relativa ad un titolo nullo non può perciò leggersi in chiave di sanatoria di esso, ciò nella considerazione della natura necessariamente novativa della transazione contemplata dall’art. 1972 c.c. ove l’accordo transattivo si sostituisce appieno, accantonandolo, al contratto originario viziato da nullità relativamente al quale è sorta la controversia.

Si segnala, peraltro, la recente Cass, Sez. II, 23 aprile 2014, n.9229 per la quale “In dottrina si sono da tempo distinti gli istituti della convalida e della ratifica come rimedi per l'atto annullabile e della conversione, della conferma e della esecuzione volontaria consapevole come rimedi per l'atto nullo. La previsione dell'art. 1423 c.c., secondo il quale il contratto nullo non può essere convalidato se la legge non dispone diversamente, ha posto il problema della esistenza di una generale figura di sanatoria dell'atto quale estensione della convalida alla conferma ed alla esecuzione volontaria, non ravvisandosi una contrapposizione ontologica tra nullità ed annullabilità con la conseguente contrapposizione logica tra insanabilità della prima e sanabilità della seconda”.

 

C. La divisione transattiva e la transazione divisoria

 

II comma dell'art. 764 c.c. dispone che l'azione di rescissione di cui all'art. 763 c.c. non è ammessa contro la transazione con la quale si è posto fine alle questioni insorte a causa della divisione o dell'atto fatto in luogo della medesima, ancorché non fosse al riguardo incominciata alcuna lite.

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Si tratta della c.d. transazione divisoria, vale a dire dell'atto mediante il quale i contitolari provvedono  comporre questioni e problemi afferenti alla divisione del compendio comune.

Ad esempio Primo, Secondo e Terzo, eredi in parti eguali di Filano raggiungono un accordo in forza del quale a Primo viene assegnato un terreno edificabile, a Secondo un fabbricato ed a Terzo un capannone industriale. Successivamente emergono divergenze circa i valori degli assegni divisionali, poiché il capannone industriale risulta esser stato locato per un modico canone a terzi che non intendono rilasciarlo.

I condividenti, allo scopo di prevenire una eventuale lite, addivengono pertanto ad un accordo in forza del quale viene assegnato a Terzo un conguaglio in denaro a tacitazione dei diritti spettantigli. Dunque, le parti, nel comporre o prevenire una lite sull’esistenza o sulla misura del diritto di coloro che pretendono di partecipare al riparto, procedono all’attribuzione di beni o di un bene senza tener conto delle quote di partecipazione, conseguendo l’effetto di sciogliere la comunione.

L'atto con il quale viene raggiunta questa sistemazione delle posizioni reciproche non è più contestabile sotto il profilo della incongruenza tra quota di diritto e apporzionamento di fatto perché è connotato da una prevalente funzione transattiva. L'elemento causale preponderante è dunque quello della transazione (in relazione alla quale l'art. 1970 c.c. dispone la non impugnabilità a causa di lesione), valendo l'attributo "divisionale" a contraddistinguere l'atto unicamente dal punto di vista descrittivo.

Dalla transazione divisoria gli interpreti distinguono la c.d. divisione transattiva, mediante la quale o nel tempo anteriore o nel corso della divisione i contitolari dei beni comuni risolvono le problematiche che riguardano la natura, il valore dei beni, la consistenza dei diritti spettanti a ciascuno. Dunque le parti del negozio affrontano amichevolmente le controversie insorte in sede divisionale mediante l’attribuzione di uno o più beni stabilendo il conguaglio delle quote poste a carico dell’assegnatario.

Si pensi al caso in cui Primo, Secondo e Terzo durante le trattative destinate a sfociare nella attribuzione dei singoli cespiti facenti parte della massa dividenda (consistenti in un terreno edificabile, in un fabbricato ed in un capannone industriale), vengano a discutere del peso economico del capannone in relazione agli altri beni a causa del fatto che esso, pur avendo sulla carta un valore pari al terreno ed al fabbricato, tuttavia risulta meno appetibile in funzione del fatto che è occupato in forza di un contratto di locazione avente durata decennale. Qualora i condividenti si accordino nel senso di attribuire un conguaglio in denaro a Terzo, onde compensare il minor valore del capannone industriale da attribuirsi a costui, l'atto che sancisce questa situazione è pur sempre una divisione, che si caratterizza per la propria parallela natura transattiva.

Qual è il criterio discretivo tra le due figure? La differenza deve essere ricercata nella prevalenza dell'elemento causale della divisione o della transazione, pur dovendosi riconoscere che entrambe le fattispecie sono connotate da una commistione di funzioni. In giurisprudenza si è fatto riferimento al criterio della proporzionalità tra attribuzioni patrimoniali concretamente assegnate e quote di diritto spettanti a ciascuna delle parti (Cass. Civ., Sez. III, 13942/2012). Sussiste una divisione transattiva ove si riscontri attribuzione di valori proporzionali alle quote alle quote, con scioglimento della comunione; sussiste una transazione divisoria quanto con l’atto che la integra, ponendo fine alla comunione, si persegue lo scopo di evitare una lite che potrebbe insorgere o di comporne una già insorta e le parti, con tale atto, si accordano sull’attribuzione di beni senza procedere al calcolo delle porzioni corrispondenti alle quote di partecipazione alla comunione.

Importante è anche notare che la transazione divisoria è tale proprio perché per lo più cronologicamente successiva rispetto al perfezionamento di un negozio divisionale, venendo a sanare questioni e controversie che traggono la propria fonte da un assetto di interessi già stabilito. La divisione transattiva invece è essa stessa una divisione che, a causa delle concrete modalità che precedono l'atto che consacra l'intesa raggiunta tra i condividenti, può anche dirsi descrittivamente connotata dallo scopo di prevenire l'insorgenza di una lite avente ad oggetto le quote, la natura dei beni assegnati, i valori di essi.

La distinzione evidentemente non è accademica, in quanto soltanto alla transazione divisoria (proprio perché essa è una vera e propria transazione) e non alla divisione transattiva si applica il disposto del II comma dell'art. 764 cod. civ.: “L'azione non è ammessa contro la transazione con la quale si è posto fine alle questioni insorte a causa della divisione o dell'atto fatto in luogo della medesima, ancorché non fosse al riguardo incominciata alcuna lite” (Cass. Civ. Sez. II, 4106/1985; Cass. Civ. Sez. II, 836/1976Articoli Da A Regalo E Prodotti RegaloOfferta Treviso kuPTOXiZ ). Il riferimento all'inammissibilità della rescissione della transazione divisoria non è l'unico aspetto applicativo della disciplina dettata per la transazione: si pensi anche all'annullabilità per errore di diritto (art. 1969 c.c. ) (Cass. Civ. Sez. II, 1561/1975 )[3].

 

D. Transazione semplice e transazione novativa.

 

E' possibile distinguere, con riferimento all'efficacia dell'atto sul rapporto preesistente, tra una transazione semplice ed una transazione novativa.

Si ha transazione semplice quando le parti si limitano a modificare alcuni aspetti del rapporto preesistente, il quale, per quanto non ha formato oggetto di considerazione, permane immutato (Cass. Civ. Sez. II, 5295/78). Se, ad esempio, Tizio e Caio discutono circa l'entità del corrispettivo dell'appalto e si accordano allo scopo di porre fine alla diatriba (Tizio rinunzia a contestare alcuni difetti, Caio ad esigere l'intero corrispettivo pattuito originariamente), il precedente rapporto comunque rimane intatto.

Per il tramite della transazione novativa le parti conseguono invece l'estinzione integrale del precedente rapporto, il quale viene sostituito con quanto scaturisce dall'accordo transattivo. Qualora Tizio e Caio, che controvertono dei vizi dell'opera e della misura del corrispettivo dell'appalto, convengono che l'appaltatore divenga proprietario di quanto realizzato, versando all'appaltante una quota di prezzo commisurata al valore dell'apporto dei materiali forniti da quest'ultimo, è palese che il nuovo accordo si sostituisce in toto al precedente. Vi sono pronunzie che, a questo proposito, parlano dell'intervenuta transazione novativa come dell'unica fonte di disciplina dei rapporti tra le parti (Cass. Civ. Sez. Lavoro, 4811/1999).

Svolte queste premesse di carattere descrittivo, occorre mettere a fuoco la differenza tra le due figure. Con la transazione "semplice" le parti "innoverebbero" il regolamento di interessi originario, sostituendolo con quello afferente all'accordo transattivo, ferma restando l'origine e la natura del rapporto giuridico. In esito alla transazione novativa invece le parti "noverebbero" il rapporto preesistente, determinando l'insorgenza di un nuovo vincolo. La distinzione si impernierebbe sulla compatibilità o meno dei precedenti vincoli giuridici rispetto all'assetto di interessi, raggiunto per il tramite dell'accordo transattivo (Cass. Civ. Sez. III, 4008/2006 ; Cass. Civ. Sez. II, 10937/1996; Cass. Civ. Sez. II, 1400/1986 ).

Mettere a fuoco questo concetto importa alcune conseguenze pratiche:

a) ai sensi dell'art. 1976 c.c., può essere domandata la risoluzione per inadempimento della transazione soltanto se la medesima non è novativa, a meno che, in tal caso, le parti non abbiano espressamente previsto la praticabilità del rimedio in esame. Nella transazione novativa la retroattività degli effetti propria del meccanismo della risoluzione del contratto non potrebbe infatti non ripristinare i rapporti e le obbligazioni preesistenti che si erano estinte. Il tema sarà oggetto di specifica analisi con riferimento alla risolubilità della transazione.

b) per quanto attiene alla rilevanza dell'errore di diritto, occorre premettere, in via generale, che esso non deve incidere sulle questioni che hanno formato oggetto di controversia (il c.d. "caput controversum"). La regola sembra tuttavia derogabile proprio per la transazione novativa. L'errore verrebbe in tal caso a rilevare relativamente alle questioni coinvolte nell'accordo transattivo ulteriori rispetto al rapporto controverso, proprio in virtù della natura novativa del contratto. Anche questo argomento merita un approfondimento in sede di analisi dell'annullabilità della transazione per errore.

c) in materia di vizi del preesistente rapporto se la transazione è semplice questa situazione si ripercuote sull'accordo transattivo; quando invece la transazione deve considerarsi novativa, l'alterazione patologica del rapporto preesistente può essere considerata priva di rilevanza.

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d) con riferimento ai rimedi esperibili, in esito al perfezionamento di una transazione semplice le parti conservano le azioni e le eccezioni proprie del rapporto composto, nel caso di transazione novativa ciò non è invece più possibile, stante l'estinzione dei rapporti precedenti. La questione della novatività della transazione deve essere eccepita dalla parte, non essendo rilevabile ex officio dal giudice (Cass.Civ., Sez. Lavoro, 11458/1998);

e) a far tempo dalla stipulazione della transazione novativa nasce una nuova situazione contrattuale, decorrono nuovi ed autonomi termini prescrizionali e decadenziali. In materia di locazione di immobili urbani si applicano le regole proprie di un nuovo contratto, anche con riferimento alla parametrazione del canone (Cass.Civ. Sez. III, 6138/1988 )

Allo scopo di dirimere le due specie di accordo la giurisprudenza fa spesso riferimento alla volontà delle parti e all'interpretazione delle clausole del contratto, avendo quale punto di riferimento pur sempre l'incompatibilità fra la situazione creatasi in seguito alla conclusione del contratto transattivo e quella preesistente (Cass.Civ. Sez. Lavoro, 710/1999 ).

Una volta eventualmente risolto il problema della natura novativa o meno di un determinato accordo transattivo occorre approfondire il nesso che corre tra transazione novativa e l'istituto generale della novazione, con particolare riferimento alla applicabilità alla prima delle norme di cui agli artt.1230 e ss. c.c.. V'è in proposito chi propende senz'altro per la tesi affermativa, sulla scorta della qualificazione della novazione come di un mero effetto di alcune stipulazioni, tra le quali appunto la transazione. Prevale tuttavia la tesi della diversa natura dei due istituti. La novazione sarebbe qualificata dall'elemento soggettivo dell'animus novandi, mentre la transazione sarebbe imperniata sull'intento compositivo di una lite. L'effetto preclusivo proprio di quest'ultima sarebbe tale da determinare comunque la validità dell'accordo anche nell'ipotesi di inesistenza del precedente rapporto, ciò che è da escludere per la novazione (cfr. art. 1234 c.c. ). Si può a questo proposito osservare come queste osservazioni non facciano venir meno la bontà di una teorica che muova dalle caratteristiche dei due istituti per comporne e combinarne gli effetti. In altri termini non solo non si può escludere che la volontà delle parti sia intesa sia a troncare una lite sia ad estinguere un preesistente rapporto giuridico, ma per l'appunto queste due funzioni convivono nella specie di accordo transattivo che qui si esamina[4].

 

E. Invalidità della transazione su titolo nullo, sia con particolare riferimento all’annullabilità della stessa ex art. 1972, II comma, c.c., sia con riferimento ad altre ipotesi di invalidità della transazione.

 

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Mentre il I° comma dell'art. 1972 c.c. collega alla stipulazione di una transazione afferente ad un contratto illecito la conseguenza radicale della nullità, il II° comma assume invece in considerazione l'ipotesi degli altri casi di nullità del titolo.

In queste eventualità la nullità del titolo non si comunica all'accordo transattivo, ma rileva quale (falso) presupposto che induce le parti a perfezionare la transazione. Risulta conseguentemente possibile, soltanto per la parte che non conosceva la ricorrenza di dette cause di nullità, domandare l'annullamento dell'accordo transattivo.

Occorre rettamente intendere la portata della disposizione in esame, soprattutto per coordinare in modo corretto il I° con il II° comma dell'art. 1972 c.c. Quando il contratto sul quale si innesta il negozio transattivo è nullo perché illecito è assolutamente indifferente discutere della conoscenza ovvero dell'ignoranza di una delle parti circa tale causa invalidante del titolo. In ogni caso infatti la transazione è nulla.

Il problema si pone piuttosto nell'ipotesi in cui, essendo il sottostante titolo nullo, ma non a cagione di illiceità, la transazione che interviene in relazione ad esso non può dirsi nulla ai sensi del I° comma, essendo idonea a sortire i propri effetti. In proposito è possibile configurare due distinte eventualità. Se le parti, a conoscenza della causa di nullità, hanno comunque inteso superarla, la transazione è pienamente valida. Qualora invece una delle parti abbia stipulato l'accordo transattivo nell'ignoranza della causa invalidante del titolo, la legge consente ad essa di impugnare la transazione, domandandone l'annullamento. In questo senso l'azione intesa ad eliminare la transazione interinalmente efficace si pone come una speciale azione di impugnativa per errore, per il resto (quanto cioè a modalità e termini di prescrizione) dovendo farsi riferimento alla disciplina in materia di annullabilità in genere.

Chiarito questo punto, è necessario osservare che la norma in esame pare rinvenire applicazione soltanto nell'ipotesi di transazione novativa, nella quale cioè gli originari rapporti giuridici sono sostituiti da quelli che scaturiscono dalla transazione.

Qualora infatti l'accordo transattivo si ponesse come non novativo, rimanendo fuori dalle questioni controverse l'atto nullo precedentemente stipulato dalle parti, la transazione stessa non tanto sarebbe inficiata da un qualche vizio invalidante, quanto addirittura inutile (nel senso che non varrebbe a sanare alcunché in relazione ai rapporti afferenti al contratto nullo in precedenza stipulato proprio a cagione dell'inettitudine dell'atto radicalmente invalido a sortire effetti): cfr. Cass., sez. I, 10 luglio 1998 n. 670.

Infatti, può accadere che la transazione riguardi le modalità della situazione derivante dal titolo, ad esempio il quantum, quando la lite stessa investa tali modalità. Secondo quest’orientamento, dunque, l’articolo 1972 comma 2 c.c. farebbe riferimento solo alla prima delle due ipotesi, che sarebbe l’ipotesi della transazione novativa. Infatti, la transazione semplice regolando la situazione giuridica non da sola, ma congiuntamente alla situazione preesistente, si rivelerebbe inutile, in caso di nullità, annullamento, rescissione, risoluzione, o comunque di esaurimento della fonte preesistente. Viceversa la transazione novativa regola da sola la situazione giuridica, sostituendosi alla fonte preesistente, che scompare. Tutto ciò che attiene a tale fonte perde rilevanza, il titolo non è più esposto ad attacchi; conseguentemente il vizio del titolo può rilevare solo eventualmente e indirettamente, se diventa un vizio della transazione: come accade nel caso di negozio illecito, che importa la illiceità e la nullità della transazione, anche se l’illiceità è controversa (articolo 1972 comma 1 c.c.)[5]Bomboniera Vetro Barattolo Con Profumata Candela Kharma Tappo hsrQdCt.

Per altro verso, appare interessante riflettere anche sul disposto dell’art. 1966 c.c., per il quale: ”Per transigere le parti devono avere la capacità di disporre dei diritti che formano oggetto della lite. La transazione è nulla se tali diritti, per loro natura o per espressa disposizione di legge, sono sottratti alla disciplina delle parti”. Il caso della transazione che postuli la proprietà di un bene in capo ad uno dei contraenti presuppone, per l’appunto, la legittima proprietà dello stesso, talché è nulla, per mancanza di causa, la transazione stipulata da un soggetto che, non essendo proprietario, sia carente della capacità di disporre dei diritti oggetto della lite e della conseguente composizione della stessa con reciproche concessioni (cfr. Cass., sez. III, 5 luglio 1993, n. 7319).

Con riferimento alla transazione divisoria, si ricorda Cass., sez. II, 6 agosto 1997, n. 7219, per la quale “poiché è rilevante l’errore di diritto sulla situazione costituente presupposto della res controversa e quindi antecedente logico della transazione – e come tale estranea al caput controversum – è annullabile (ex art. 1969 c.c.[i]) la transazione divisoria conclusa nell’erroneo presupposto che un bene appartenesse interamente all’asse ereditario, anziché la metà, per essere l’altra metà del coniuge superstite in regime  comunione dei beni con il de cuius”.

Si evidenzia che, ex art. 1442 c.c., “L'azione di annullamento si prescrive in cinque anni. Quando l'annullabilità dipende da vizio del consenso o da incapacità legale, il termine decorre dal giorno in cui è cessata la violenza, è stato scoperto l'errore o il dolo, è cessato lo stato d'interdizione o d'inabilitazione, ovvero il minore ha raggiunto la maggiore età. Negli altri casi il termine decorre dal giorno della conclusione del contratto. L'annullabilità può essere opposta dalla parte convenuta per l'esecuzione del contratto, anche se è prescritta l'azione per farla valere ”.

Infine, si sottolinea che, allorquando una delle parti della transazione fosse consapevole della nullità del titolo, l'altra parte, rimasta ignorante, potrebbe domandare l'annullamento dell'accordo transattivo come da art. 1971 c.c., per temerarietà della pretesa della parte consapevole.

 


[1] http://www.overlex.com/leggiarticolo.asp?id=2060

[2] http://www.e-glossa.it/wiki/insanabilit%C3%A0_della_nullit%C3%A0.aspx

[3] http://www.e-glossa.it/wiki/divisione_transattiva_e_transazione_divisoria.aspx

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[4] http://www.e-glossa.it/wiki/transazione_semplice_e_transazione_novativa.aspx

[5] http://www.e-glossa.it/wiki/annullabilit%C3%A0_della_transazione_su_titolo_nullo.aspx

 


[i] Art. 1969 c.c.: “La transazione non può essere annullata per errore di diritto relativo alle questioni che sono state oggetto di controversia tra le parti

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